VIOLA - IO qui non ci voglio stare!

È il giorno del primo colloquio.
Fino a quel momento la terapeuta aveva incontrato solo i genitori: sapeva di alcune difficoltà di Viola, ma nulla può preparare davvero al suo ingresso nel centro.

La bambina scende le scale in uno stato di intensa agitazione.
Si aggrappa alla ringhiera con tutte le forze, come se lasciarla significasse perdere l’ultimo appiglio di sicurezza.
Ogni passo è opposizione, paura, resistenza.

La madre, con tutta la dolcezza e la fatica possibili, riesce a portarla in sala d’attesa.
Viola resta ferma solo grazie allo schermo del telefono, un piccolo ancoraggio in un mare emotivo in tempesta.

Quando la psicologa esce per accoglierla, succede l’imprevisto più eloquente:
Viola scappa via.
Attraversa l’ingresso principale, corre fuori.
Non sta sfuggendo alla terapeuta: sta sfuggendo a un’esperienza che percepisce come troppo intensa, troppo sconosciuta, troppo “troppo”.

La terapeuta e la mamma la seguono.
Ogni passo è un frammento di storia, un messaggio non verbale, un bisogno che deve ancora essere ascoltato.

Una volta raggiunta, la psicologa tenta un approccio gentile:
“Vuoi scendere con me? Ti mostro la stanza dei giochi, puoi scegliere quello che ti piace.”

La risposta è una tempesta.
Viola urla, rifiuta, chiede disperatamente di andare via.

È un rifiuto che ha un significato profondo.
Non è un “no” capriccioso.
È un “no” che nasce dalla paura, dal bisogno di controllo, dall’incapacità di regolare un’emozione troppo grande per un corpo così piccolo.

Ed è qui che il Metodo Wa.R.M. comincia a respirare.
A muoversi.
A prendere forma nella relazione.

La terapeuta spiega alla madre che, se avessero ceduto, avrebbero rinforzato l’idea che per allontanarsi da una situazione difficile basta urlare e scappare.
Viola avrebbe ricevuto un messaggio che, nella sua fragilità, non l’avrebbe aiutata.

Serviva altro.
Serviva una regolazione esterna, un adulto capace di essere contenimento e confine allo stesso tempo.

Con calma, senza alzare la voce, senza durezza, terapeuta e madre dicono insieme:
“Abbiamo preso un appuntamento e adesso restiamo qui. Siamo con te. E questo è un luogo sicuro.”

La bambina alza il tiro, come spesso accade quando un’emozione ha paura di essere vista davvero.
Cerca le chiavi nella borsa della madre, vuole uscire, vuole scappare ancora.

Ma questa volta trova due adulti che non la giudicano, non si spaventano, non colludono.
Rimangono fermi.
Presenti.

Ogni tempesta, a un certo punto, mostra il primo spiraglio.
Un sospiro più lungo.
Un urlo meno intenso.
Uno sguardo che si abbassa.

Quando la terapeuta percepisce che l’attivazione sta lentamente calando, si avvicina con delicatezza e propone una mediazione:

“Ti vedo. Sei arrabbiata e vorresti andare via, lo capisco.
Facciamo così: scendiamo per dieci minuti, facciamo un gioco e poi andiamo via.
Solo dieci minuti, e poi decidi tu.”

È un passaggio chiave:
non c’è imposizione,
non c’è rigidità,
non c’è un adulto che si impone per vincere.

C’è un adulto che restituisce controllo a un bambino che ne ha perso troppo.

Viola, finalmente, accetta.

Entrano in stanza, la bambina stretta alla mamma come un’ancora.
All’inizio non guarda la terapeuta.
Rimane chiusa, tesa, diffidente.

Poi accade qualcosa di piccolo.
Piccolissimo.
Ma enorme.

Una risata accennata.
Un gioco proposto.
Uno sguardo che dura un secondo in più.

Il corpo di Viola si lascia andare, un poco.
La stanza diventa meno minacciosa.
Il tempo passa molto più dei dieci minuti concordati.

La terapeuta glielo fa notare con un sorriso:

“Vedi? È passato più tempo e siamo ancora qui.
Questo è uno spazio sicuro: puoi esprimerti senza paura.”

E quella frase, detta con sincerità, diventa il primo mattone di una fiducia nuova.

Viola ha accettato di tornare.
Per chi non conosce queste sfide forse sembra poco.
Per chi lavora ogni giorno accanto a bambini con intense difficoltà emotive…
è un passo enorme.

Non perché “è andata bene”.
Ma perché si è sentita al sicuro abbastanza da poter ricominciare.

E questo è il cuore del Metodo Wa.R.M.:
non la perfezione,
non la rapidità,
non il controllo.

Ma una cura che regola, accoglie, accompagna e trasforma.

Una cura che permette a un bambino di restare…
anche quando la prima cosa che vorrebbe fare è scappare.

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