storie wa.r.m. - lea

Lea arriva al Mago di Oz per il colloquio di ingresso al Caffè Alzheimer.
Entra in stanza in silenzio, il corpo rigido, lo sguardo basso.
Accanto a lei c’è Rossella, la sua caregiver che la accompagna con attenzione, quasi in punta di piedi.

A prima vista, Lea potrebbe sembrare solo un po’ tesa. Ma chi osserva con cura riconosce subito quei segnali: quel tipo di silenzio non è assenza di parole, è disorientamento.

Quando le parole non bastano

La psicologa si presenta, spiega chi è e che tipo di spazio è il Caffè Alzheimer.
Parla lentamente, con un tono rassicurante.

Quando chiede a Lea se ricorda l’open day di pochi giorni prima,
la risposta è un semplice “no”.

Subito dopo, il corpo di Lea cambia.
Il respiro si fa corto.
Le spalle si irrigidiscono.
Arrivano le lacrime.

Rossella prova ad aiutarla: la invita a dire cosa la preoccupa, a fare domande, a spiegare.

Ma questo aumenta ancora di più l’agitazione.
Perché in quel momento Lea non ha bisogno di raccontare.
Ha bisogno di sentirsi al sicuro.

La psicologa e Rossella fanno una scelta precisa: si fermano.

Non aggiungono spiegazioni.
Non insistono.
Non chiedono altro.

Dicono solo che lì non c’è nulla da superare.
Nessuna prova.
Nessun esame.

Solo uno spazio in cui stare.

Ma il corpo di Lea è ancora in allerta.

Allora la psicologa propone di uscire a fare due passi.
Non per distrarre.
Non per “calmare”.

Ma per spostare l’incontro in un luogo che il corpo possa tollerare.

Nel parco iniziano a camminare.
Il movimento cambia il ritmo.
Il respiro si allunga.
La rigidità si scioglie un po’.

Dopo qualche minuto, una risata rompe la tensione.

Camminando, parlano di cose semplici.
La psicologa racconta qualcosa di sé.
Lea e Rossella parlano della settimana, delle abitudini quotidiane.

Non stanno facendo il colloquio.
Stanno costruendo relazione.

La psicologa racconta com’è il Caffè Alzheimer:
un luogo tranquillo,
con giochi di parole alla lavagna,
errori che fanno sorridere,
risate condivise.

Spiega che lì non serve essere perfetti.
Che sbagliare va bene.

Piano piano, lo sguardo di Lea cambia.
Se prima evitava il contatto visivo,
ora riesce a sostenere lo sguardo.

È un segnale piccolo, ma chiarissimo.
Il corpo non è più in difesa.
La relazione ha fatto il suo lavoro.

Dopo circa venti minuti, Lea dice che sì,
se la sente di provare.
Di venire.
Di vedere come va.

Cosa ci insegna questa Storia Wa.R.M?

Che la cura non inizia sempre in una stanza

Che a volte le parole aumentano l’attivazione

Che la sicurezza viene prima dell’attività

Che la relazione è già intervento

Che il Metodo Wa.R.M. non si applica: si vive

Avanti
Avanti

storie wa.r.m. - viola